martedì 12 agosto 2014

dimmi che capelli hai e ti dirò chi sei

Da bambina mia mamma mi tagliava i capelli corti e io non volevo.
"Li voglio lunghi lunghi, mamma. Come le principesse."
Ma a mia mamma le principesse non stavano tanto simpatiche e mi ripeteva che la praticità è la sorella intelligente della vanità. 
Mia mamma è così bella. 
Solo che la vita le ha tagliato i capelli da principessa e le ha detto di essere cavaliere senza macchia e senza paura. 

Fatto sta che io odiavo i capelli corti, ancora di più durante l'adolescenza. Quando i miei boccoli sono diventati un groviglio crespo.
"Ciao, cespuglio!" 
  
Mi ero fatta una promessa solenne, i capelli mi sarebbero arrivati fino a terra. 

Così è stato, infatti. 
Magari non fino a terra, ma i capelli lunghi sono diventati i Miei capelli lunghi.
"Ah, sì. Lei. Quella con i capelli lunghi." 




"Tagliali corti. Tagliali tutti, per favore."

Non so perché, davvero. Forse sono impazzita. Definitivamente, intendo.
Forse un agguato della mia mancanza di autostima che ha voluto rafforzarsi ancora.
Forse volevo rivedere la Me tredicenne, magari riesco a farci pace.

Volevo guardare la pesantezza mentre cade per terra, lontana da me. 
Volevo guardare come è semplice, in fondo.  

Volevo travestirmi da cavaliere senza macchia e senza paura. 
Chissà se funziona. 

domenica 10 agosto 2014

Peter

Va bene. 
Io di sicuro con Peter ho dei trascorsi.
Se sento parlare di lui, ancora le gambe mi diventano budino. 
Al caramello con cuore di cioccolata, più precisamente.

Ho incontrato per la prima volta la sua storia, raccontata da James M. Barrie, a nove anni. Forse anche meno.
E mi sono innamorata. 
Di uno che, per sua natura, non sa amare. Ovvio. Story of my life.

Ma io lo sapevo che un giorno sarebbe venuto a prendermi. Lo sapevo con una certezza quasi scientifica. 
Tanto che la finestra, quella piccola con le imposte di legno verde, non rimaneva chiusa nemmeno per una notte. 
E questo ancora oggi per molto tempo.

Ragazzina un tantinello squilibrata? Sicuramente.

Ed ecco perché imbattermi in questo video è stato IL MALE.







Dico solo che Wendy, in confronto a me, ha avuto una reazione pacata.

Ho pianto come se Peter Pan fosse stato davanti a me e mi avesse chiesto di seguirlo sull'isola. 
Ho fatto vedere questo video a tutti quelli che conosco e, ogni volta, mi partono i brividi dalla pancia. 
Penso che non accetterò mai una proposta di matrimonio diversa da questa.

E mi chiedo perché l'amore non possa essere così tutti i giorni. 

Dicono che ci si annoierebbe, a lungo andare. Che si perderebbe il senso della straordinarietà, perché lentamente comincerebbe a vestirsi come l'ordinarietà.
E, a quel punto, chi le distinguerebbe più?
Ma io non credo che questo varrebbe per me. Davvero. 
Non mi stancherei mai, io.

E poi, chi lo dice che straordinario e quotidiano siano incompatibili?
Magari se si incontrassero dentro ad ogni giorno, se solo si conoscessero meglio, finirebbero per innamorarsi perdutamente l'uno dell'altro.


giovedì 7 agosto 2014

la faccia della medaglia

Lui é un nostro amico.
L'età esatta non la so. Non ricordo, non ha importanza.
Il viso è giovane, questo lo so.

Quanta vita ti è passata sulla pelle? Ancora poca, o forse  la barba nasconde bene.

Lui è ciò che tutti, almeno per un istante, abbiamo desiderato essere.
Chi più e chi meno, certo.
Ma non c'è stato banco di scuola che non abbia sentito, almeno una volta, quel pensiero di rivoluzionaria libertà posarsi fra le pieghe del suo legno consunto.

Lui  ha messo lo stesso vestito ai suoi sogni, alla sua vita e al suo lavoro.
E viaggia. Viaggia da una parte all'altra del mondo.
Viaggia così tanto che i suoi occhi non sono abbastanza per accogliere tutto quel mondo e allora usa una macchina fotografica.
E proprio quella macchina fotografica è sogno, vita e lavoro insieme.

Lui non conosce la fatica di stare sotto a un capo.
Le pareti del suo ufficio sono di cielo.
Le settimane di vacanza non hanno un numero prestabilito.
Non conosce la frustrazione di orari a scandire le giornate.

Lui è una sorgente d'eterna giovinezza da cui attingiamo a piene mani ogni volta che, come ieri sera, viene a trovarci e ascoltiamo incantati  i suoi racconti e divoriamo le sue foto, come se potessimo sentire fin dentro lo stomaco il sapore di quella vita.
Così diversa dalla nostra.

Ma c'è anche un'altra faccia, come tutti i medaglioni d'esistenza che ci portiamo al collo.
Ed è quella dei legami. Che non ci sono.
O forse, per ora, non ci possono essere in quella che, vista da altra angolatura, é una fuga continua.
Un'ansia di partire che taglia le radici .
Un sorriso incontrato in India, un occhio in Cina.
Quei capelli In Perù.
Pezzi, che non trovano unione. Che non diventano il porto sicuro a cui tornare.

Allora mi sono chiesta se anche noi per lui non fossimo una fonte segreta con cui dissetare una parte di sé sempre assetata.

Me lo sono chiesta mentre ascoltava i nostri racconti di quotidianità e rideva di quella risata che avvolge tutto e ti ritorna dentro, arricchita.
Me lo sono chiesta mentre abbracciava mia figlia stringendola un attimo di più, un attimo ancora.

Me lo stavo chiedendo quando, durante la cena, con un entusiasmo riservato ai grandi eventi della vita, la piccola di casa gli ha tirato con vigore una manica urlando:
"guadda guadda! fatto tutta cacca!!"
Mentre gli sventolava sotto il naso un vasino pieno di orgoglio e non solo.

Ogni mia domanda è impallidita.
Ma niente in confronto al pallore tendente al verde militare assunto dal viso del nostro amico.



venerdì 1 agosto 2014

Sirene incantatrici

Ciao, qual è il tuo talento?
Farmi irretire dalle sirene della nullafacenza.
Brava, complimenti.

Una mattina libera. Capisci che non ti accadrà mai più, sì?

Dovevi approfittare di questa occasione in via d'estinzione e abbuffarti di pagine di carta, fragranti e profumate.

Avere, per una volta, la possibilità di  studiare ad un orario diverso da mezzanotte è quasi un regalo, di quelli preziosi.

E infatti mi sono seduta e ho aperto il libro.
Ma poi ho incontrato il concetto di Bildung e volevo approfondirlo, allora ho fatto una ricerca e dopo quella un'altra ancora.
Come Alice nel Paese delle Ricerche Infinite, mi sono ritrovata a inseguire parole nuove che ho scritto sul motore di ricerca e fra i risultati che sono usciti, non so come, c'era qualcosa che mi ha ricordato te.

Ciao, mio spazio.
Sei ancora qui, anche se ti avevo detto di non avere tempo per te.
Anche se sono caduta nelle pozzanghere dell'incostanza. Quelle che sporcano di fango il vestito nuovo, proprio il più bello.
Anche se le cose da fare sono troppe e allora i pezzi si sparpagliano e poi non li trovi più.

Come sono disordinata, me lo dicono sempre tutti.

Ma quanto mi mancava questo posto. Dove posso disseminare le cose ovunque, ma non perdo niente.
Dove le parole mi escono dalle dita e si appiccicano qui, e mi aspettano.
E mi ricordano quante cose sono cambiate.
E quanto, in fondo, non è cambiato nulla.

Ciao, mio spazio.




mercoledì 1 maggio 2013

un vestito a cipolla




L'ho cercata a lungo.

Cercavo una parola, un istante o forse un'immagine di vita che potesse rendere nitidamente l'idea, che avesse le stesse sensazioni a disegnarle la pelle.

Ho cominciato a pensarci da quando le 50 sfumature di mamma mi hanno scritto per propormi questa iniziativa
Che mi è piaciuta subito.

Perché io me li ricordo quei primi mesi in cui la frase che rimbalzava nella mia testa e finiva fin dentro lo stomaco era:
"però non me l'aveva detto nessuno quanto fosse difficile." 

Ancora adesso, dopo quasi 14 mesi, mica è andato via del tutto quel pensiero. 

Perché è profondamente vero. 
Perché ti terrorizzano con i racconti del parto, magari anche dell'insonnia e delle poppate.

Ma della vita, quella reale, quella di quando incontri gli occhi di un altro essere umano che ha bisogno di te, quella no. 
Nessuno me l'aveva detto. 
Nessuno mi aveva parlato di un concetto tanto semplice e allo stesso tempo paralizzante come quello di quotidianità.

E' vero, c'è l'oggi, l'oggi in cui ti ho conosciuta, ti ho vista per la prima volta e il mondo mi sembra un posto perfetto, il posto giusto. 

Ma poi c'è anche domani. E dopodomani. E ancora.

E, no, non puoi chiedere una pausa. 
Anche se sei stanca, anche se il seno ti sanguina.

Proprio in quei giorni ti accorgi, forse per la prima volta, che la tua vita è cambiata. Di più, la tua vita non sarà mai più come prima. 

E non è un concetto facile da digerire, no. 
Per quanto sia meraviglioso il soggetto che mette in atto questo cambiamento. 

E' la quotidianità, appunto, che per prima ti fa assaggiare questo nuovo sapore di ineluttabilità. 
Poi, subito dopo, la solitudine. E questo, davvero, una non se l'aspetta.

Trascorri le giornate sempre a stretto contatto con un altro essere umano, come ci si può sentire soli? 
La solitudine è l'ultima cosa a cui si pensa. 
Ma è la prima ad avere la forza di spingerti le lacrime giù dagli occhi.

La solitudine, spesso, è soffocante come quelle giornate afose d'estate in cui sei chiusa in casa e il caldo è davvero opprimente. 
Ma le finestre non le apri, perché pensi che lascerebbero entrare solo altro calore.

La solitudine è quel momento in cui hai paura che non finirà mai.

E, invece, una mattina ti alzi e c'è il fresco a baciarti la fronte e ti volti e le finestre sono spalancate e fuori il cielo è terso e leggero.

Quando hai aperto le finestre? Quando hai scoperto che fuori non faceva poi così caldo? Nemmeno te lo ricordi.

Perché non esiste un momento preciso.

Quella finestra aperta è già in ogni momento di solitudine e pianti e speranza che scorre via insieme alle lacrime. 

Devi solo accorgertene. Nell'istante esatto in cui accade, già non ricordi più quanto caldo facesse. Quanto sudore ti appiccicasse capelli e pensieri.

Me ne sono resa conto non molto tempo fa, quando una ragazza conosciuta da poco, con una bimba piccola piccola e un sorriso grande, un giorno è crollata davanti a me quasi urlando la fatica, come se non l'avesse mai urlata a nessuno, nemmeno a se stessa. 
Vergognandosi di quella fatica.

Già. Perché a complicare il tutto c'è proprio la vergogna.

Come se uno dovesse vergognarsi di faticare nel far crescere, nutrire, amare, curare, pulire un bambino. 
In fondo, cosa vuoi che sia.

"Come fai tu?" -mi ha chiesto- "sembri riuscirci con facilità."

Ma chi, io? Io? 
Io che mi sono lamentata oltre il lamentabile e ancora lo faccio? 
Io che ho frignato più di mia figlia?

Allora mi sono accorta che le finestre dietro di me erano spalancate.
Allora mi sono accorta che i luoghi comuni sulla maternità non fanno altro che cementarci dentro la nostra solitudine e senso di inadeguatezza.

Allora le ho raccontato tutto, senza fare dell'inutile terrorismo, solo parlandole di me, della mia quotidianità, facendole capire che il mio solo vantaggio sono la manciata di mesi che mia figlia ha più della sua. 
Solo questo.

Mentre ritornavo a casa, dopo quell'incontro, per le strade ho trovato l'immagine che cercavo. 
Un'immagine che fosse simile alla maternità, o almeno all'inizio della maternità, perché per ora ho vissuto solo questo.

Erano i primi di Aprile. 
Giorni in cui, secondo il calendario, la primavera dovrebbe essere arrivata già da un po'. Ma il cielo continua a pensarla diversamente e a vestirsi di grigio.

Quel giorno, in particolare, era esattamente uno di quelli in cui, dopo tanto grigio, un timido sole tentava di perorare la sua causa a colpi di giallo.
Quelle giornate in cui ti affacci alla finestra e appena vedi l'ombra di giallo decidi che è arrivata l'estate, tiri fuori la canottiera più colorata dall'armadio e ti fiondi fuori.

Oppure non ti fidi affatto, perché lo sai già che il tempo è un essere infido e ingannevole e allora sotto il giubbotto metti anche un maglione. 
Giusto per stare sul sicuro. Per non farti prendere alla sprovvista.

Ed ecco che le strade assumono quell'aria un po' folle di persone vestite d'estate ed altre che sembrano pronte alla traversata della Siberia. 
Tutte insieme, una accanto all'altra. 

Ma l'unica cosa veramente certa è che, in un momento qualsiasi della giornata, chi è vestito d'inverno patirà il caldo e chi indossa una magliettina avrà un freddo bestiale. 

Proprio così sono i primi tempi da genitore: 
una giornata d'Aprile in cui spunta il sole dopo tanto freddo e pioggia. 
La città colorata di gente vestita nei modi più estremi.
Una pioggia improvvisa e tu hai la canottiera. 
40 gradi l'istante successivo e tu hai il maglione infeltrito. 

E questo, visto da fuori, fa sorridere. 
Perché tutti quei colori sono disorientanti, ma belli. 
Perché tutti, ad un certo punto, si sentiranno inadeguati. 
Ma durante la pioggia qualcuno sorriderà dentro il cappotto. 
E, accarezzato dal calore improvviso, qualcun altro guarderà soddisfatto la propria canottiera.

Infine, presto o tardi, capirai che la cosa migliore è vestirsi a cipolla.

La cosa migliore è sempre vestirsi a cipolla.
Forse per questo ci si ritrova, a volte inaspettatamente, con le lacrime agli occhi. (Ok, pessima battuta. Pessima.)

Così, capiterà che con addosso magliettina e magliettona ti volterai a guardare tuo figlio, in un giorno di pioggia in cui la nostalgia del sole comincia davvero a farsi insopportabile. 

E lo troverai con un costume da bagno in testa e gli occhi orgogliosi infilati dentro i tuoi.

E capirai che la tua estate è già lì, proprio accanto a te.






domenica 7 aprile 2013

pensieri annodati che diventano azzurri


Mi hai ingannata.

Eri sorridente e perfettamente a tuo agio mentre eravamo insieme, sedute su quel pavimento.

Per tre giorni sono stata lì con te ed era come se non ci fossi.
Una presenza inutile in mezzo a occhi grandi e limpidi, a risate, a sete di esplorare, conoscere, crescere.

Mi dicevo: 
"meglio così. Certo, un minimo di interesse nei miei confronti potrebbe anche mostrarlo, ogni tanto. Giusto perché gli altri capiscano che in effetti ci conosciamo e non sono una totale estranea." 

Invece ero proprio invisibile. 
Ed anche quando ho finto di andare via, salutandoti con il coraggio che mi hanno obbligata ad avere, tu comunque non hai battuto ciglio.

"Meglio così", mi ripetevo, "meglio così. Significa che sta bene. A me basta questo."

Ed ecco perché mi sentivo forte, ecco perché l'ansia era andata a farsi una dormita per riprendersi dal suo estenuante lavoro. 

Non avevo più timori mentre tornavamo lì insieme, non mi tremava più il cuore al pensiero che stavolta sarei andata via davvero, anche se solo per poche ore.

Ti ho fatta avvicinare agli altri e tu hai riso con quella risata che si posa sulla pelle e la fa brillare.
Ed io ho sentito anche l'ultima piuma nera di paura volare via, andare lontano.

Ti ho guardata per un po' mentre ti prodigavi in balletti per attirare l'attenzione e salutavi tutti con entrambe le mani, scuotendole forte, così forte da farle sembrare un piccolo paio d'ali colorate.

Mi sono avvicinata e ti ho salutata con tutta la sicurezza della tua serenità.

Ed è stato allora.

Mentre mi giravo per andare via, quando ormai mancava poco alla porta da cui sarei uscita.

In quel momento.

Tu mi hai piantato addosso quello sguardo, come un colpo dato alle spalle di un avversario che si sta allontanando con la vittoria a danzargli sulla faccia.

Quello sguardo che non capiva, che non voleva.

E sei esplosa in un pianto acuto. Alla Tarzan nella foresta, proprio.

Devi aver pensato che il tutto non fosse abbastanza d'effetto, perché ad un certo punto hai aggiunto il colpo di grazia, liberando a gran voce la parola "mamma" interrotta da due-tre singhiozzi modalità cucciolo abbandonato.

Non so se sono crollata in quel momento oppure mentre l'educatrice del nido ti ha preso in braccio e mi ha fatto segno di andare via velocemente.

So solo che mi sono ritrovata in macchina a piangere con singhiozzi più forti dei tuoi. 
So solo che il tuo sguardo mi è rimasto impigliato nella pancia tutta la mattina.

Mi sento piccola, più piccola di te persino.
Anche se ho telefonato all'educatrice per avere tue notizie e mi ha riferito che hai solo atteso che io uscissi del tutto per ricominciare a sghignazzartela con gli altri gnometti lì intorno.

E' solo che sono finita in un vortice di pensieri in cui il più fastidioso è quello che non mi fa più capire se sto facendo la cosa giusta. 
E, soprattutto, cosa effettivamente sia giusto.

Ma dato che quel vortice di pensieri confusi e ingarbugliati ancora non sono riuscita a pettinarlo, oggi ho deciso di non pensare. 

Di uscire fuori con te a cercare il sole addormentato fra i fili d'erba.

Di seguire il tuo piccolo dito che sa indicare le cose più belle, per non dimenticarle.




Di salire su un'altalena per far scivolare via i pensieri dai capelli e vederli diventare azzurri, come una giornata insieme. Una giornata qualsiasi.



mercoledì 27 marzo 2013

quotidianità - seconda parte.


"Pronto? Buongiorno, siamo il Supermercato! 
Volevamo sapere quali sono i suoi rapporti con noi."

"Rapporti? Uhm...vediamo...ah, sì! Mi avete lasciata a casa appena vi ho comunicato di essere incinta!"

"No, no, questo lo sappiamo! (Ah, ne sono felice!
Volevamo appunto chiederle quanti mesi ha la sua bambina."

"Un anno, appena compiuto."
(Cioè, mi state chiamando dopo quasi due anni per sapere come sta mia figlia? La prossima domanda sarà riguardo la marca di pannolini che uso?)

"Fantastico! E lei sta lavorando?"

"No."

"Ah, e sarebbe disponibile a tornare a lavorare per noi?"

"Non ho capito."

"Le stiamo offrendo un lavoro."

"Non ho capito."

"Vorremmo sapere se sarebbe disposta a cominciare fra una settimana."

"Non ho capito."

"Perfetto! Allora la aspettiamo oggi pomeriggio per firmare il contratto!"



Io, lo giuro, sono rimasta con espressione ebete per parecchie ore, forse anche giorni. 
Probabilmente ancora adesso un pesce palla si porta dietro una faccia più intelligente della mia.
No, davvero. 
Ancora non mi sembra vero che possano avermi chiamata per lavorare, senza che io abbia chiesto nulla. 
Solo sperato. Solo pensato. 
Pensato che era il momento di ricominciare la semina di curricula, perché la situazione stava diventando disperata.
Solo pensato, sapendo che forse, probabilmente, magari, e comunque poco verosimilmente, mi avrebbe risposto qualcuno fra mesi.

E, invece, mi sono ritrovata così. 
Un lavoro che ho odiato e anche molto poco pagato, ma UN LAVORO! 
Oddio, un lavoro!
Potrebbe essere qualsiasi lavoro in questo momento, che importa? 
Era quello di cui avevamo bisogno, ma bisogno veramente. 
Forse per questo mi sembra il lavoro più meraviglioso di tutti i tempi.
Vorrei abbracciarlo, se solo potessi. 
Vorrei avere braccia abbastanza lunghe da circondare quelle vecchie pareti grigie e fredde da Supermercato e stringerlo, stringerlo forte. 

Mi sono ritrovata così. 
La leggerezza luminosa di un sospiro di sollievo. 
La gratitudine inaspettata che fiorisce dentro come un germoglio sopravvissuto all'inverno.
Una figlia. Nessuna macchina. Sette giorni di tempo. Ah.

Il tempo è scivolato via, veloce. 
Senza neanche riuscire a riempire per bene le giornate, ma sfiorandole soltanto.

E così, si è già compiuta la mia prima settimana lavorativa.
Una settimana che mi ha ribattezzata come figura retorica. 
L'ossimoro, più precisamente.

Perché è incredibile sentire l'antitesi di sensazioni che si aggroviglia dentro e ti scinde in due.

Due metà perfette.

Una metà in cui vive la felicità di lavorare ed anche di ritrovare un pezzetto di se stessi. 
Quello che ritorna nel mondo degli adulti, che può parlare e sentirsi rispondere da qualcuno che articola suoni più elaborati di un "ga!" 

Nell'altra metà abita, invece, un qualcosa a cui nemmeno so dare un nome. Qualcosa che è la separazione da mia figlia dopo dodici mesi di simbiosi. 
Una separazione minima, è vero, ma che ugualmente mi intreccia la pancia al cuore quando, al mattino, la lascio a qualcuno che non sono io. 
E mi ritrovo con le lacrime a gonfiarmi gli occhi lungo il tragitto, senza neanche capire bene il perché.

A supervisionare il tutto, per assicurarsi di mantenere la giusta armonia fra le due parti, c'è -neanche a dirlo- la cara, vecchia Ansia. 
In quanto fidata amica, non poteva mancare nel tenermi le mani per assicurarsi di farmele tremare!

Nel tentativo di farle comprendere che la sua presenza non è gradita, non potendo ricorrere a psicofarmaci o sedativi in dose massiccia, sto usando due pozioni magiche. 
(Questo è un indicatore abbastanza chiaro del fatto che forse, e dico forse, la mia stabilità mentale ha deciso di trasferirsi altrove. Lontano, molto lontano).

La prima, è una tisana:







La seconda, è proprio un filtro magico:







Si chiama proprio così. Dopo la pioggia.

Perché ti lascia addosso quel ricordo di piedi freddi che si abbracciano sotto le coperte, mentre fuori la tempesta canta.

Ti lascia addosso quel colore di prato che, lentamente, apre un occhio. 
Uno soltanto. Tanto basta per accertarsi che sia tutto finito. 

Ti lascia addosso l'odore di cielo fresco, che ti è appena piovuto dentro.

E, allora, chi se lo ricorda più l'odore dell'ansia?

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